E’ noto come la ratio legis che ispira l’art. 91 del codice di procedura civile, in cui è sancito il c.d. principio di soccombenza

E’ noto come la ratio legis che ispira l’art. 91 del codice di procedura civile, in cui è sancito il c.d. “ principio di soccombenza “ , si giustifichi in base alla considerazione per cui «la necessità di ricorrere al giudice non deve tornare a danno di chi abbia ragione». Tuttavia, la condanna alle spese non costituisce una sanzione per la parte soccombente ma rappresenta, piuttosto la logica conseguenza della soccombenza stessa. 

“Nonostante le modifiche restrittive introdotte negli ultimi anni, nella pratica applicativa si continua a fare larghissimo uso del potere discrezionale di compensazione delle spese processuali, con consgeuente incentivo alla lite, posto che la soccombenza perde il suo naturale e rilevante costo, con pari danno per la parte che risulti aver avuto ragione”. 
Questo passo della relazione al decreto legge n. 132 pubblicato sulla G.U. del 12 settembre 2014 (così riportato in Italia Oggi, La riforma della Giustizia del 22 settembre 2014), però, sembra modificare – almeno in parte – la ratio della norma in questione. 

La modifica (art. 13), infatti, si indirizza nella direzione in cui soltanto in ipotesi peculiari il Giudice potrà decidere di pareggiare le spese, realizzando dunque una duplice finalità: quella di consentire la piena soddisfazione del diritto fatto valere in causa, dalla parte vittoriosa, senza decurtazioni dovute alle spese sostenute; e quella forse più sentita, ovvero di impedire abusi del processo.  

“Complementari finalità di contrazione dei tempi del processo civile fondano le misure per la funzionalità del medesimo processo, quali : la limitazione delle ipotesi in cui il Giudice può compensare le spese del processo”. 

La stessa fonte sopra indicata riporta, infatti, quest’altro passo della relazione al decreto legge in commento, da cui emerge chiaramente che anche la questione connessa alla regolamentazione del regime delle spese di lite entra, a buon diritto, nell’alveo degli strumenti tesi alla contrazione dei tempi necessari al processo. 
Eppure, in origine, una siffatta finalità certo non rientrava nei piani del Legislatore (il principio Victus Victoria, da cui discende l’attuale norma in tema di spese processuali, risale all’epoca di Giustiniano), e poco importa – sembra – che i sistemi giuridici di altri paesi l’abbiano recepito oppure no (e se non l’hanno recepito è perché, evidentemente, non lo condividono, né per un motivo né per l’altro). 

Dunque il regime delle spese è, oggi, un vero e proprio strumento di “case management” (recentemente, in Inghilterra e Galles, lo stesso sistema della condanna alle spese del soccombente – ampiamente recepito nel sistema di common law – è entrata in vigore la c.d. Jackson Reforms, in data 1 aprile 2013, la quale aveva peraltro il principale obiettivo di facilitare l’accesso alla giustizia proprio tramite una serie di interventi atti a limitare sia la arbitraria liquidazione degli onorari di difesa, e non quello di scoraggiarne l’accesso). 
In Germania la questione è parzialmente diversa : la parte soccombente è tenuta al pagamento delle spese sostenute dalla parte vittoriosa se queste erano necessarie all’effettivo svolgimento della causa; esse comprendono l’onorario dell’avvocato stabilito per legge e le spese di viaggio della parte vittoriosa, compreso l’eventuale mancato guadagno causato dalla partecipazione alla causa; mentre in Francia, ad esempio, il sistema è sostanzialmente simile a quello italiano. 

Tutt’al contrario, nel sistema statunitense (fonte http://www.finanzaonline.com/forum/diritto-fisco-tutela-del-risparmio-e-previdenza-legal-financial-forum/588495-processo-civile-usa-sintesi.html) vige il principio della compensazione, salvo eccezioni. E sembra proprio che sia la preoccupazione di sostenere spese sempre maggiori che finisca per indurre le parti a pervenire ad una bonaria definizione della controversia, anche quando la causa appaia senza concreto fondamento. 
Chi avrà ragione ?